Gente da panificio: la signora in rosso

Durante il mese di settembre ho lavorato come commessa di vendita al banco in un panificio. Lavoro trovato per pura botta di culo, lavoro non confermato per botta di sfiga.

Non avevo mai fatto la commessa, avevo paura del pubblico; sono diplomata come pasticcera e mi piacerebbe lavorare in laboratorio, ma devo dire che ci ho preso la mano con il pane ed è stato divertente, soprattutto osservare la gente.

Un giorno è entrata una signora che nella mia testa ho soprannominato “la signora in rosso”. Una tizia che sembrava proprio si fosse fatta un bagno nel rosso. Era tutta rossa ed era raccapricciante. Sulla settantina direi, rossa da capo a piedi.

I capelli (a detta della mia collega, una parrucca) rosso accesi che sembravano pitturati col pennarello. Sulle labbra raggrinzite portava un rossetto rosso brillante. La giacca sul corpo tondo (tondo lo dico perché non voglio essere maleducata – vabbè tanto lei non leggerà) – la giacca sul corpo grasso di un rosso leggermente più scuro. La gonna su due fianchi che andavano da Milano a Napoli, rossa quasi bordeaux. Le scarpe col tacco basso, ovviamente rosso lucido e brillante con una pietra enorme sulla punta. La borsa immensa e disfatta con accenni di rosso, qualche striatura, qualche strass. Le unghie esageratamente lunghe laccate di rosso. L’ombretto, anch’esso ovviamente rosso spalmato fino all’attaccatura delle sopracciglia, aveva nel mezzo una striatura blu. Maccheccazz…???!!!

Tutto questo rosso condito con un’abbondante dose di “Ciao tesoro! Allora come va tesoro? Mi dia tre rosette tesoro. Puoi darmi anche una borsa tesoro?” quasi mi spiaceva darle sempre la borsa di plastica biodegradabile bianca e non rossa. E infine se ne usciva dal negozio, barcollando su quei poveri tacchetti rossi.

Comunque li sente anche se non li esprimo a voce

 
Se io ne avessi meno, di pudore, mi metterei a pregare. Ma sono sicuro che c’è la fila, davanti a qualche io, di gente che si fa viva solo quando ne ha bisogno o è disperata e chiede qualche tipo di miracolo. Promesse di grandi cambiamenti e pentimenti. In cambio. Come se di quel baratto lassù se ne facessero qualcosa. 
Io pentimenti no, ma proponimenti ne faccio a voglia.
Non tanto a lui – che comunque se c’è li sente anche se non li esprimo a voce – quanto a me.
 
Pioggia di stelle – Il rumore dei baci a vuoto
Luciano Ligabue