Né di vivere né di morire

Ero in una piccola stanza quadrata completamente bianca e vuota. C’erano solo tre sedie di legno e quattro persone: tre ragazze sedute sulle sedie e una donna in piedi di fronte a loro. Io ero una di quelle ragazze e le altre due erano mie amiche. Guardavamo la signora in silenzio. La signora guardava noi in silenzio. Voleva ucciderci. Due di noi sarebbero morte sgozzate, l’altra strangolata con una cordicella. Nel giro di un secondo ho visto il collo delle mie due amiche ricoprirsi di sangue e i loro corpi stramazzare a terra con la gola tagliata. Quella strangolata sarei stata io. La signora mi mette la cordicella intorno al collo e comincia a stringere. Strige, stringe, stringe. Io tengo le mani sulle sue e non oppongo resistenza. Non muoio. Allora la signora mi guarda e mi dice che mi sarei dovuta arrangiare. Avrei dovuto uccidermi da sola. Per paura prendo la cordicella e continuo a stringere ma non muoio. Terrorizzata dalla signora che mi guarda, faccio finta di morire. Cado a terra, cerco di tenere gli occhi spalancati, trattengo il fiato e resto immobile. Ma la signora continua a fissarmi. Mi fissa, dritta dentro agli occhi. Dopo poco non ce la faccio più, sbatto le palpebre e respiro. La signora chiude le dita a pugno e si avventa contro di me.

Peccato che questo non sia solo un incubo generato dalla mia mente malata durante le ore notturne, ma la pura realtà in cui vivo. Non ho il coraggio di ribellarmi alla stretta della cordicella intorno al collo, ma nemmeno il coraggio di tirarla fino in fondo e morire. Non ho voglia né di vivere né di morire. Quindi lasciatemi in pace.

Il volume delle tue bugie

 

E continui a dire al mondo
che ogni uomo vale un altro 
e arrotondi per difetto
ma ci fai un altro salto
i tuoi salti nel tuo vuoto 
dici tu meglio di niente
troppo sola troppe volte 
troppe volte troppa gente 

Ed è sempre troppo alto
e non riesci ad abbassarlo
è una vecchia compagnia
il volume delle tue bugie

E continui a dire al mondo
che le cose sono chiare
ce la fanno solo i duri 
che chi spera si fa male
e tu oramai sei dura dentro
molto più di quel che basta
non ti possono far niente 
niente amore niente guasti

Ed è sempre troppo alto
e non riesci ad abbassarlo
è una certa garanzia
il volume delle tue bugie
quelle pagine bruciate
i capitoli strappati
è una vecchia antologia
il volume delle tue bugie

E continui a dire al mondo
che può starsene lontano
che hai già tutto quel che serve
e che hai sempre la tua mano
e se ti succede ancora 
di guardare in faccia il mare 
giri in fretta gli occhi e il cuore 
che hai ben altro a cui pensare 

Ed è sempre troppo alto
e non riesci ad abbassarlo
è una certa profezia
il volume delle tue bugie
quelle pagine bruciate
i capitoli strappati
è una vecchia compagnia 
il volume delle tue bugie

Luciano Ligabue

Ma poi che te ne fai dell’infinito?

infinito

Qualche tempo fa stavo pensando all’infinito.

È una brutta cosa, l’infinito. Perché esiste questa dannatissima parola? Uno ci diventa pazzo a pensare all’infinito. Infatti sono andata molto vicina alla pazzia. Roba da non riuscire a dormire la notte perché continuavo a pensarci. E quando pensi all’infinito non puoi neanche smettere perché…beh, perché anche il tuo pensiero diventa infinito. Milioni di pensieri concatenati l’uno all’altro, che non finiscono mai. Poi, tra tutti questi ragionamenti, si fa spazio una frase, che cerca di avanzare a gomitate “Sono le 2.18 di notte. Dormi.” Ma le altre riflessioni sono più forti e il mio cervello non prende nemmeno in considerazione questa timida frase. E’ una cosa terribile, l’infinito.

Gente che cerca di arrivare all’infinito (come se fosse qualcosa di raggiungibile, no?),  gente che si tatua quella sinuosa specie di 8 disteso (su parti del corpo che poi magari non si vedono nemmeno), gente che vuole qualcosa che duri per sempre, la vita che duri per sempre, la giovinezza che duri per sempre, il contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Ma come si fa, dico io? Come si può immaginare una cosa infinita? Non si può, dico sempre io, la nostra testa non ci arriva. In prima elementare mi hanno insegnato che i numeri sono infiniti e io non riuscivo a capire come potesse succedere, eppure è così, aggiungi un numero e quel numero diventa più grande e così i numeri non finiscono mai e ci stavo male a pensare a tutti quei numeri che vanno sempre avanti e non si fermano mai e sono infiniti, ma quanti diavolo sono?!

Tutti che cercano di tendere a questo famigerato infinito. Tutti così affascinati da questa cosa strana ed eterea, così misteriosa. Oh sì, certo, l’immagine che ho messo a inizio post è molto romantica, è bella. Ma perché? Come si fa a volergli tanto bene? Ma poi che te ne fai dell’infinito? Non ci arriverai mai all’infinito, è impossibile, l’infinito non esiste.

L’infinito non è per niente una bella cosa. È una cosa che mi fa paura, ne ho il terrore.   Voglio vedere la fine delle cose, voglio avere delle scadenze, voglio vivere entro certi limiti. Quelle cose che si protraggono in un tempo indefinito mi fanno paura. Ma quando finirà? Ma quando potrò tornare a casa? Non si può vivere con l’idea dell’infinito in testa. L’infinito non ci sta nella testa. Non si può, dannazione.

Come diceva Novecento nel libro di Baricco: “La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?”. Forse dopo qualche anno che ho letto quel libro, ho capito il finale della storia: Novecento aveva paura dell’infinito. Tutto qui. Ecco perché non voleva scendere. Abituato a vivere tra l’inizio e la fine di una nave, tra prua e poppa, abituato a vivere tra l’inizio e la fine della sua tastiera, aveva paura dell’infinito.

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Working class hero

Here is life

Immagine

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All in all you’re just another brick in the wall

Anzi no. Non me ne sono andata via col “sorriso che mi bagnava le labbra”. Avrebbe potuto essere una bella frase conclusiva di questa storia, quasi poetica. Ma pronunciando quel “Ciao” – che poi non era un semplice “ciao” ma un triste “addio” nascosto dietro un timido “ciao” – la voce mi si è incrinata, non sono nemmeno riuscita a guardarlo negli occhi, e ho fatto un finto sorriso. Non so se sorridevo per mascherare la tristezza, per farmi forza, o se sorridevo per l’autocommiserazione della mia assoluta idiozia. – Idiozia, bambinaggine o completa inutilità della mia fottuta grande capacità di farmi film mentali, chiamatela come volete. – L’unica cosa che mi ha completamente inondato la faccia erano lacrime amare di tristezza. Lacrime che si sono fuse con la matita e il mascara e il phard, così che poi sembravo un panda con una crisi di nervi per astinenza da bambù. Anche se in realtà – ovviamente – la cosa che mi manca di più in questi giorni non è il bambù – che deve essere qualcosa di veramente schifoso; mi chiedo come diamine facciano i panda a ingozzarsene, vabbè – ma il suo profumo. Profumo di deodorante Dove, da uomo, quello spray con la bomboletta grigia e la scritta azzurro chiaro, deodorante che, se non fosse da uomo, me lo mangerei tanto che è buono. Sia chiaro: non è una storia d’amore, è solo una storia. I fili tessuti tra di noi erano talmente sottili che credo che quello che si era creato non si possa nemmeno definire “amicizia”. Tuttavia il suo profumo era inebriante e il calore delle sue mani che a volte sfioravano le mie era…mah, non c’è un aggettivo per definirlo. Sì, insomma, piacevole come quando qualcuno che ti sta a cuore ti prende per mano e ti sorride.

La cosa peggiore è stata rendersi conto che io sono una come tante altre. C’è stato un momento in cui avevo creduto di essere speciale, ho sempre sperato di conoscere qualcuno che mi veda come una persona diversa, come una persona con qualcosa in più, ma evidentemente è una speranza vana, uno dei classici sogni nel cassetto che dovrebbero essere presi, tirati fuori da quel maledettissimo cassetto, scaraventati nel cestino e portati direttamente al macero. E’ triste rendersi conto di entrare nella vita di una persona, passarci un pò di tempo insieme, magari si sta anche bene insieme, e poi all’improvviso finisce tutto, le nostre vite non hanno più niente in comune, forse non lo hanno mai avuto, ti senti una come tante altre, scivoli fuori dalla sua vita senza far rumore, senza lasciar traccia. Così, pum, finito. Si borbotta un “Ciao, ci vediamo” pur essendo completamente consapevoli che quello è un “Addio, non ci rivedremo mai più”, e la vita va avanti, così, come nulla fosse, come se niente fosse mai accaduto. E’ triste constatare come due vite di incrociano e poi se ne vanno per la loro maledetta strada.

I Pink Floyd cantavano “All in all you’re just another brick in the wall”, ma – cazzo! – non è così, non può essere così!

La paura ha i piedi nudi

Bellissimo articolo tratto da La Stampa.it

Il buongiorno di Massimo Gramellini

06/12/2012

La paura ha i piedi nudi

Assetato di gesti di cuore, il mondo della Rete si era commosso per il video girato a Times Square da una turista: si vedeva un poliziotto newyorchese infilare degli stivali nuovi ai piedi nudi di un barbone. Della vicenda, natalizia assai, mi avevano colpito due particolari: il cognome del poliziotto buono, Deprimo (la carità come antidoto alla depressione?), e il motivo per cui la turista aveva ripreso la scena: le era tornato alla mente un episodio dell’infanzia, quando il padre – poliziotto anche lui – aveva compiuto un gesto analogo nei confronti di un barbone. La prova che ciò che rimarrà di noi in chi abbiamo amato non saranno le parole ma i gesti.

Poi qualcuno ha sporcato la favola. Il barbone. Quando un giornalista del New York Times è andato a intervistarlo, lo ha trovato al solito posto, coi piedi nudi e intirizziti dal freddo. «E gli stivali che ti ha regalato il poliziotto?», ha chiesto. «Li ho nascosti», ha risposto l’uomo. «Valgono un sacco di soldi, potrei rischiare la vita». Sembrano i ragionamenti di uno spostato e in effetti lo sono. Ma come assomigliano ai miei. Il terrore che gli rubassero gli stivali, ha indotto il barbone a restare a piedi nudi, cioè nella condizione in cui si sarebbe trovato se glieli avessero rubati davvero. Quante volte succede anche a me di rinunciare a qualcosa per paura di perderla. Di respingere ciò che potrebbe scaldarmi, nel timore che il calore sia una condizione momentanea e che, dopo averla provata e smarrita, il freddo mi si rivelerà ancora più pungente. Il barbone ha ucciso un atto d’amore con uno di paura. Cercherò di ricordarmene la prossima volta che la vita mi darà un paio di stivali.

 

MASSIMO GRAMELLINI