Gente da panificio: Piera la terribile

Continuando a parlare dei clienti del panificio dove ho lavorato nel mese di settembre, c’era lei: la Piera, da me soprannominata…vabé, non lo dico perchè sono una ragazza educata. Diciamo “la terribile”, per usare un eufemismo. La Piera era una signora tremenda: la prima volta che l’ho vista entrare in negozio non avevo capito che era intrattabile. Poi, invece, conoscendola giorno per giorno…no: in realtà appena dopo averci avuto a che fare per cinque minuti, ho capito subito che sarebbe stata una tizia da prendere a ginocchiate nei denti, una di quelle persone con la faccia da tirapugni. La cara signora voleva sempre tre brioche vegane, non so se fosse veramente vegana convinta, o solo per farsi tenere da parte i croissant che costavano di più, solo per fare la figa.

Poi, dopo averle servito le sue solite brioche, cominciava la parte brutta “Senti…allora…” e passava un pò di tempo a guardare attentamente ogni cassa di pane esposto, noncurante della coda chilometrica di clienti impazienti dietro di lei “…dammi…due rosette…” e mentre le mettevo nel sacchetto “…no anzi, le rosette sono troppo secche…dammi due ciabatte che sono più morbide” e, siccome lei veniva sempre sul tardi, le ciabatte spesso erano finite, quindi “Quelle morbide sono finite, se vuole ci sono quelle croccant…” e lì partiva la tragedia “Nooo! Se ti ho detto che voglio quelle morbide è perchè voglio quelle morbide!” e io a dirle che erano finite e lei a urlare che non era possibile e io a ripeterle che – macchecazzo – sono finite! E quindi brontolando tornava alle sue rosette, le quali, però, prima di metterle nel sacchetto, dovevo farle palpare per sentire se andavano bene, se erano morbide abbastanza o se erano troppo grandi o troppo cotte. Dopo aver pesato il pane o altre cose che chiedeva (la coda dietro di lei si faceva sempre più lunga e sempre più spazientita…), le dicevo il prezzo, facevo lo scontrino, le davo una borsa di plastica e lei “Ah! No aspetta, mi sono dimentica di una cosa…no dai, rimetti a posto le rosette e dammi due tartarughe che mi sembrano più belle!” e lì sono stata tentata più volte di prendere la bilancia e tirargliela in fronte, ma siccome ero in prova, mi sono sempre trattenuta. Tutti i giorni se non litigava con me, litigava con la mia collega, voleva sempre il pane che era finito, o se c’era non le andava bene e non era mai soddisfatta. Una sorta di puffo brontolone per niente simpatico. A un certo punto, quando la vedevo arrivare, vestita da barbona, con i capelli sporchi e la borsa disfatta, ho cominciato ad andare sul retro in laboratorio a vedere se casualmente, proprio in quel momento, c’era qualcosa da fare. E se non c’era niente da fare, mi rintanavo in bagno. Terribile…

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Gente da panificio: la signora in rosso

Durante il mese di settembre ho lavorato come commessa di vendita al banco in un panificio. Lavoro trovato per pura botta di culo, lavoro non confermato per botta di sfiga.

Non avevo mai fatto la commessa, avevo paura del pubblico; sono diplomata come pasticcera e mi piacerebbe lavorare in laboratorio, ma devo dire che ci ho preso la mano con il pane ed è stato divertente, soprattutto osservare la gente.

Un giorno è entrata una signora che nella mia testa ho soprannominato “la signora in rosso”. Una tizia che sembrava proprio si fosse fatta un bagno nel rosso. Era tutta rossa ed era raccapricciante. Sulla settantina direi, rossa da capo a piedi.

I capelli (a detta della mia collega, una parrucca) rosso accesi che sembravano pitturati col pennarello. Sulle labbra raggrinzite portava un rossetto rosso brillante. La giacca sul corpo tondo (tondo lo dico perché non voglio essere maleducata – vabbè tanto lei non leggerà) – la giacca sul corpo grasso di un rosso leggermente più scuro. La gonna su due fianchi che andavano da Milano a Napoli, rossa quasi bordeaux. Le scarpe col tacco basso, ovviamente rosso lucido e brillante con una pietra enorme sulla punta. La borsa immensa e disfatta con accenni di rosso, qualche striatura, qualche strass. Le unghie esageratamente lunghe laccate di rosso. L’ombretto, anch’esso ovviamente rosso spalmato fino all’attaccatura delle sopracciglia, aveva nel mezzo una striatura blu. Maccheccazz…???!!!

Tutto questo rosso condito con un’abbondante dose di “Ciao tesoro! Allora come va tesoro? Mi dia tre rosette tesoro. Puoi darmi anche una borsa tesoro?” quasi mi spiaceva darle sempre la borsa di plastica biodegradabile bianca e non rossa. E infine se ne usciva dal negozio, barcollando su quei poveri tacchetti rossi.

Cogliona

Le coglione come me, di solito, tacciono.

Tacciono quando sono felici, perché hanno paura di disturbare le tristezza altrui. Tacciono quando sono tristi, perché hanno paura di rovinare un bel momento agli altri. Le coglione come me tacciono soprattutto quando si incazzano, quando trovano che qualcosa non sia giusto, quando si sentono schiacciate, attaccate o non comprese. Le coglione come me arrivano ad un certo punto in cui si guardano allo specchio e si dicono: “da oggi si cambia, da oggi non si tiene più tutto dentro”. E lo fanno, lo fanno sul serio. Dicono che sono felici e gli viene risposto: “Beata te, io ho una vita di merda.” Dicono che sono tristi e gli viene risposto: “Dai, via… ti passerà. Ne possiamo parlare dopo?” Si ribellano, provano ad esprime la propria opinione, a difendersi e cosa si sentono dire? “Oddio, stai calma! Stavo scherzando…che pesantezza!” O peggio: “Certo che sei una stronza eh!” Le coglione come me non reggono a sentirsi cattive, nemmeno per un minuto. Le coglione come me sono fatte per sfogarsi contro i muri, per abbracciare chi piange, per ridere quando qualcuno ride. Le coglione come me, (cercherò di non bestemmiare), si sentono in colpa per qualsiasi sentimento stiano provando. Cogliona. Cogliona.

– S Casciani