Marco

Spero che nessun vero intenditore legga mai quello che ora ho bisogno di dire.
 
Ero solo una ragazzina. Avevo dodici o tredici anni, non mi ricordo esattamente. Non che adesso sia cresciuta più di tanto, però quel briciolo di passione mi è rimasto. Quasi tutto quello che è nato dentro di me durante gli anni delle medie è rimasto.
Non so perché m’era nata questa passione – ammesso che si possa chiamare così – ma mi piaceva. Mi piaceva vedere le moto che sfrecciavano sull’asfalto, mi piaceva sentire lo stomaco spezzato in due e tutto contorto da quanto stavo attenta ad ogni passaggio, ad ogni sorpasso. Tutte le domeniche pomeriggio le passavo seduta sul divano di casa con mio papà, tesa e sudata, sperando che vincesse lui, il “mio” Vale.
Valentino era diventato tutto in quel periodo: poster e foto ovunque, in camera, sul diario di scuola, in mezzo ai libri. Il numero 46 era ovunque, come i cinesi. Non ne potevo fare a meno: il suo talento, i suoi capelli, i suoi occhi, la sua parlata: un mito!
Man mano però, non so perché, sono cresciuta e non sono più riuscita a guardare le gare. Finché un giorno, accendendo la tv per caso, vedo questo ragazzo. Giovane, capelli ricci che sembra che gli è scoppiata una mina in testa, gli occhi marroni vivi e
sorridenti e poi..quella voce..quella parlata! Tra marchigiani, toscani e romani non saprei dire chi è meglio. Bravissimo e simpaticissimo. Si chiama Marco Simoncelli.
Ricomincio un po’ a seguire le gare, ma non me ne intendo: se riesco a distinguere una moto da una macchina è già tanto. I due riccioloni sono fantastici insieme, peccato che non siano nella stessa squadra.
 
E poi così. A bruciapelo.
Scendo le scale domenica mattina. La tv è accesa. Mio papà mi guarda. Triste.
“E’ morto Marco Simoncelli”, mi dice con un filo di voce.
Non è vero. Non ci credo. È uno scherzo di pessimo gusto. Uno come lui non può morire. Per lo meno non adesso. Come può una persona così morire? Non può. Non si può far morire una persona come lui.
Curva. Perde l’equilibrio. La moto scivola dove non dovrebbe. La spalla fa attrito sull’asfalto caldo. Il casco viene spazzato via. E con lui anche quella giovane vita. La Sua vita. È disteso a terra. Ha solo 24 anni.
 
E vaffanculo ai TG che mandano un sacco di servizi su di lui ora che non c’è più. Non potevate fare sapere al mondo intero che lui era, anzi E’ una bella persona e un campione sulle due ruote quando era vivo? Non potevate farlo prima? Le persone vanno lodate e stimate durante la loro vita, non dopo.
Fanculo a tutti quelli che aprono discussioni sui forum e fanculo pure alle biografie che usciranno su di lui: andate a fare in culo, voi che vi guadagnate da vivere sulla morte degli altri. Piuttosto ricordatelo sempre, scrivete due righe se volete, ma non
vendete niente. Il solo modo per non farlo morire è il ricordo. Non la vendita della sua storia.
Una vita non si vende. Non si può vendere!
 
Non può finire così. Ma le lacrime di Vale confermano quello che mi ha appena detto mio papà.
Shock. Questa è l’unica parola che posso usare.
Non so nulla di moto, di motori, di freni, di chi lo ha investito, che cosa è successo precisamente. Ma io penso a lui. A quel ragazzo ricciolo che sembra che gli è scoppiata una mina in testa. A quel ragazzo con la barba incolta e gli occhi vivi e sorridenti. Al numero 58. A quel ragazzo che ha lasciato un vuoto nelle persone. Anche in quelle che non lo conoscevano per niente, come me. A quel ragazzo che tre giorni prima aveva detto che aveva voglia di correre e voglia di vincere. Magari di arrivare sul gradino del podio quello centrale, così lo inquadravano meglio. Penso a Marco che ora non c’è più.
È una cosa più grande di me. Non riesco a comprendere. La dea Morte non s’è portata via solo la sua vita. Ma anche tanti altri pezzettini di vita delle persone di mezza Italia. Sì, perché in fondo quando vedi una persona sorridere in modo genuino, non puoi far altro che affezionarti a lui. Chi ama finisce sempre per essere amato. E Marco amava la sua moto. Ce l’aveva scritto negli occhi quando rideva.
I suoi genitori. La sua ragazza. I suoi amici. Valentino. La sua moto. Ci penso.
 
 
Fai buon viaggio Marco, fai buon viaggio.
 
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3 thoughts on “Marco

  1. Queste tue parole mi stanno facendo seriamente commuovere.

    Piango.

    Piango perché non è giusto che le Parche abbiano tagliato il filo.
    Piango perché, come dici tu, un sorriso così genuino è un inno alla vita.
    E’ la cosa più lontana dalla morte in assoluto.

    Anch’io non ho mai seguito con particolare attenzione il MotoGP, ma ho sempre visto in quegli occhi una simpatia innata, inspiegabile a parole.

    “Simoncelli rischia la vita”, mi ha detto mio papà quando mi sono alzata. domenica mattina.
    “Simoncelli è morto”, ha poi annunciato la televisione.

    Simoncelli era solo un ragazzo.
    Solo un ragazzo.

    Un abbraccio, bella Simmy!

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