Il futuro è un’invenzione dei vecchi

Il futuro è un invenzione dei vecchi.

Mi spiego. Il futuro è un concetto che gli anziani conoscono bene perché lo hanno vissuto tutto.
E allora ne parlano ai giovani, e loro li guardano pensando ad altro, perché non sanno cos’è questo futuro a cui i vecchi sembrano così attaccati.
Il futuro è quello che appare nello specchietto retrovisore quando si guida in autostrada.
Tutto quello che è di fronte non c’è ancora e non può avere un nome.
Una poetessa che si chiama Szymborska ha scritto “Quando pronuncio la parola futuro la prima sillaba va già nel passato.”
Bello vero?
Bello e vero.
Il Vangelo dice di non preoccuparsi del futuro, non dice di non pensarci, ma di non preoccuparsene: sono due cose diverse.
Nelle mie storie preferite si vive sempre alla giornata.
Pinocchio non si preoccupa del suo futuro, ci vive dentro con tutto se stesso, piangendo, ridendo, guardando il suo naso che si allunga e che si accorcia con una certa meraviglia e un po’ di sollievo (in fondo è solo il suo naso), non rinunciando mai a nessuna occasione e alla fine, quando diventa un bimbo in carne ed ossa, di lui e del suo naso non sappiamo più niente.
Cent’anni di solitudine (un libro che consiglio sempre ai miei amici) racconta la storia della famiglia Buendia a Maconda e si conclude, dopo 343 pagine di vita, con la frase più bella mai scritta “..tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.”
È proprio così: le cose accadono sempre per la prima volta, e accadono sempre.
Non c’è una seconda opportunità.
È tutto irripetibile. Ognuno di noi è un pezzo unico.

John Travolta / Tony Manero, nei titoli di testa de La febbre del sabato sera, cammina per una strada di Brooklyn con un pezzo dei Bee Gees a tutto volume.
In quella camminata c’è già scritto il suo futuro. In quel passo, in quello sguardo c’è già tutto.
Sarà quel passo ritmico e dondolante a portarlo verso un nuovo destino.
Da qualche anno le aziende che fanno jeans li vendono già strappati, logorati, invecchiati artificialmente.
Mi sono chiesto il perché e perché anche io ne abbia comprati diverse paia. Il perché è semplice e che ha a che fare con il futuro: compriamo cose che sembra posseggano un passato perché, spesso, abbiamo paura del futuro.
I jeans invecchiati artificialmente sembrano avere una storia e noi, non avendo nostalgie vere e proprie, ce le compriamo già fatte.
E più le società sono benestanti più i jeans invecchiati hanno successo.
Nei paesi poveri il massimo è un vestito nuovo di pacca, stirato, lucido e fresco di fabbrica: non ha passato e quindi promette futuro e per i poveri il futuro è l’unica possibilità.
Si parla tanto di crisi in questo periodo. Io un’idea ce l’ho, forse è sbagliata, ma me ne frego.
Credo che non dovremmo preoccuparci per il futuro. Ma dovremmo pensarci.
Sviluppare il senso del destino, che è parente del senso del tragico, a sua volta parente del senso del miracoloso e della bellezza.
Fare come Pinocchio, come Aureliano Buendia, come Tony Manero.

Ognuno cerca qualcosa.
E non si accontentano di vite già vissute, jeans già consumati, ma pretende di fare il proprio strappo, di consumare i propri giorni vivendoseli addosso uno per uno.
Tutto il resto è propaganda e commercio. Roba da vecchi che vogliono imporci il loro futuro, che in realtà è già passato.

Lorenzo Jovanotti.

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